ELIE WIESEL: «IL PIÙ AUTOREVOLE TESTIMONE VIVENTE» DELLA SHOAH?

 

Di Carlo Mattogno

 

 

Elie Wiesel  a Montecitorio

In occasione della decima “Giornata della Memoria” Elie Wiesel è stato invitato nell’aula di Montecitorio, dove ha tenuto un breve discorso infarcito di melensa retorica e condito di strambe scempiaggini, come l’appello a Fini e Berlusconi di «introdurre un disegno di legge che designi l’attentato suicida come crimine contro l’umanità», o l’auspicio che Ahmadinejad «dovrebbe essere arrestato e tradotto di fronte alla Corte dell’Aia e accusato di incitamento a crimini contro l’umanità»[1]. Considerato che le proposte vengono da uno che spalleggia i massacratori israeliani…

Le sue dichiarazioni più importanti, vedremo poi perché, sono queste:

«Io, il numero A-7713, sono qui a portarvi un messaggio su avvenimenti accaduti duemila anni più tardi. […].

Proprio in questi giorni, sessantacinque anni fa, mio padre Shlomo, figlio di Nissel e Eliezer Wiesel, numero A-7712, moriva di inedia e malattia nel campo di sterminio di Buchenwald»(corsivo mio).

Fini ha introdotto l’ospite così:

«Quello odierno è un evento eccezionale, perché è la terza volta, nella centenaria storia del Parlamento italiano, che un ospite parla solennemente all’Assemblea. È un onore che Elie Wiesel merita ampiamente, perché è davvero un personaggio eccezionale. Egli, infatti, è il più autorevole testimone vivente, tra i sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, degli orrori della Shoah»(corsivo mio).

Indi ha proseguito:

«Da decenni Elie Wiesel ci incoraggia in questo fondamentale impegno attraverso il suo magistero morale, l’energia del suo carisma intellettuale e umano, la forza del suo impegno civile, per non dimenticare e per far progredire la causa dei diritti umani e della pace nel mondo. […].

Oltre che testimone oculare della Shoah, Wiesel è una persona piena di fede e di amore»(corsivo mio).

 

Elie Wiesel è un impostore?

Ciò ha richiamato l’attenzione su un articolo scritto in ungherese il 3 marzo 2009[2], tradotto in inglese il giorno dopo[3] e in italiano nel mese di aprile[4]. In estrema sintesiMiklós Grüner, che fu deportato dall’Ungheria ad Auschwitz nel maggio 1944, indi trasferito al campo di Monowitz e infine evacuato a Buchenwald nel gennaio 1945, dichiarò che al campo strinse amicizia con due fratelli, Lázár Wiesel, nato nel 1913, che aveva il numero di matricola A-7713, e Ábrahám Wiesel, nato nel 1900, numero di matricola A-7712. In pratica, Elie Wiesel si sarebbe appropriato dell’identità di Lázár Wiesel e avrebbe usurpato quella di Ábrahám per il padre. Miklós Grüner aggiunge che, in occasione di un incontro con Elie Wiesel, che gli era stato presentato come il suo amico Lázár Wiesel, questi rifiutò di mostrargli il numero di matricola tatuato sull’avambraccio. Egli allora intraprese delle ricerche e scoprì che un Elie Wiesel non era mai stato internato in un campo di concentramento e che non figurava in alcuna lista ufficiale di deportati.

Le dichiarazioni di Miklós Grüner sono state ripetute da molti, ma senza indagare oltre. Non resta dunque che sottoporle a verifica in base alla sana metodologia critica revisionistica.

Premetto i dati anagrafici di Elie Wiesel:

nato a Sighet, Romania, il 30 settembre 1928, da Shlomo e Sarah Frig, figlia di Dodye Feig, deportato a Birkenau il 16 maggio 1944[5].

Anzitutto bisogna verificare l’attendibilità dell’accusatore. Ciò che si può dire con certezza riguardo a Miklós Grüner, è che egli si trovava a Buchenwald nel maggio 1945. In un “Questionario per detenuti dei campi di concentramento” del Military Government of Germany appare infatti il suo nome, e anche la data di nascita – 6 aprile 1928 – corrisponde. Il numero di matricola è annotato a mano in alto a sinistra: 120762[6].

 

Documento 1

Questionario relativo a Miklós Grüner. Buchenwald, 6 maggio 1945

 

 

Ma il personaggio chiave della vicenda è Lázár Wiesel. Fortunatamente esiste la sua scheda personale relativa al suo internamento nel campo di Buchenwald che permette di verificare le affermazioni di Miklós Grüner. In questa scheda[7], in alto, a sinistra, appare l’annotazione manoscritta “Ung. Jude”, “Ebreo ungherese”, al centro, “Ausch. A 7713”, “Auschwitz A-7713”, il vecchio numero di matricola di Auschwitz, a destra “Gef.-Nr.: 123565”, “Numero di detenuto 123565”, il nuovo numero di matricola di Buchenwald. Il detenuto era nato il 4 settembre 1913 (l’anno di nascita di Lázár Wiesel dichiarato da Miklós Grüner) a Maromarossziget ed era figlio di Szalamo Wiesel, che si trovava a Buchenwald, e di Serena Wiesel nata Feig, internata al KL Auschwitz. Il timbro “26.1.45 KL. Auschwitz” significa che Lázár Wiesel era stato registrato a  Buchenwald il 26 gennaio 1945 in provenienza da Auschwitz.

 

Documento 2

Scheda personale di Lázár Wiesel (KL Buchenwald)

 

 

Va precisato che Maromarossziget [Máramarossziget in ungherese], l’attuale Sighetu Marmaţiei (in rumeno) è la medesima località che Elie Wiesel chiama Sighet[8].

Il nome “Szalamo” è identico a “Shlomo”, mentre “Serena” richiama foneticamente “Sarah”.

 

Riassumo nella tavola che segue i risultati della  verifica esposta sopra:

 

Lázár Wiesel

Elie Wiesel

Numero di matricola

A-7713

A-7713

Data di nascita

4 settembre 1913

30 settembre 1928

Luogo di nascita

Máramarossziget = Sighet

Sighet

Nome del padre

Szalamo = Shlomo

Shlomo

Nome della madre

Serena Feig

Sarah Feig

Domicilio del padre inizio 1945

Buchenwald

Buchenwald

 

Miklós Grüner ha pienamente ragione: Elie Wiesel si è appropriato dell’identità di Lázár Wiesel.

Un’altra accusa formulata da Miklós Grüner riguarda l’origine del libro di Eli Wiesel “La Nuit” (in italiano “La notte”). Nella versione ungherese dell’articolo indicato nella nota 2 si dice che esso fu pubblicato in ungherese a Parigi nel 1955 dal suo amico Lázár col nome di Eliezer e col titolo “A világ hallgat” (E il mondo tace).  Nella traduzione inglese dell’articolo di Grüner (vedi nota 3) invece il titolo suona “Un di Velt hot Gesvigen”, che è in jiddisch. Una ricerca sul titolo in ungherese non ha portato ad alcun risultato. Il libro in jiddisch invece è documentabile. Esso è infatti registrato nella Bibliography of Yiddish Books on the Catastrophe and Heroism[9], n. 549 a p. 81. L’annotazione, in jiddisch, dice: Eliezer Wiesel, Un di Welt hot geschwign (E il mondo ha taciuto). Buenos Aires, 1956. Unione Centrale degli Ebrei polacchi in Argentina. Collana L’ebraismo polacco, vol. 117, 252 pagine. Di questo libro esiste una traduzione in inglese che corrisponde al capitolo VII di “La Nuit”. Ne parlerò alla fine dell’articolo.

Michael Wiesberg espone al riguardo informazioni degne di nota:

Wiesel stesso ha fatto vari accenni alla storia della nascita del suo libro. Naomi Seidman ha rilevato che proprio Wiesel, in Alle Flüsse fließen ins Meer (Tutti i fiumi portano al mare) ha richiamato l’attenzione sul fatto di aver consegnato all’editore argentino Mark Turkow il manoscritto originale di “La Nuit”, redatto in jiddisch, nel 1954. A suo dire non l’aveva più rivisto, cosa che Turk nega recisamente. Questo manoscritto fu pubblicato nel 1955 a Buenos Aires col titolo Und di Velt hat Geshveyn (E il mondo ha taciuto). Wiesel pretende di averlo scritto durante una crociera in Brasile nel 1954. Però in una intervista dichiarò che solo nel maggio 1955, dopo un incontro con Mauriac[10], decise di rompere il suo silenzio. “E quell’anno [il 1955], nel decimo anno, cominciai la mia storia. Poi fu tradotta dallo jiddish in francese e io gliela mandai. Fummo molto, molto amici fino alla sua morte”.

Naomi Seidman, nelle sue ricerche su La Nuit”, mise in chiaro che tra la versione in jiddisch e quella in francese di “La Nuit” ci sono notevoli differenze, precisamente riguardo a lunghezza, tono, intenzione e temi trattati nel libro. Ella attribuisce queste differenze all’influenza di Mauriac, che può essere descritto come una personalità molto particolare»[11].

A questo riguardo, dunque, il meno che si possa dire è che l’origine del libro resta incerta e confusa.

 

Elie Wiesel è un falso testimone?

Accertato ciò, resta da stabilire se Elie Wiesel sia anche un falso testimone di Auschwitz. Esamineremo perciò la sua  “testimonianza oculare”, come è esposta in «quello che è considerato il suo capolavoro»(Fini), La notte[12]. Già nel 1986 Robert Faurisson scrisse un articolo intitolato Un grand faux témoin: Élie Wiesel[13]. Di recente Thomas Kues ne ha redatto un altro dal titolo Una donnola travestita da agnello[14]. Entrambi affrontano la questione in termini generali. È giunto il momento di un’analisi tematica più approndita. Bisogna premettere che la caratteristica principale della testimonianza in questione è che racconta senza descrivere; Elie Wiesel pone grande attenzione ad evitare qualunque dettaglio verificabile e ciò che dice di Birkenau, di Auschwitz, di Monowitz e di Buchenwald è talmente indefinito che la sua narrazione si potrebbe tranquillamente riferire ad un luogo della Siberia o del Canada.

 

a) La deportazione

Elie Wiesel non indica il giorno della sua deportazione ad Auschwitz. La sua narrazione parte comunque da un riferimento cronologico preciso: «il sabato precedente Shavuòth, la Festa delle Settimane»(p. 19). Nel 1944 questa festa cadde il 28 maggio 1944[15], che era una domenica. Il giorno in questione era perciò il 27 maggio. Il primo trasporto di Ebrei partì da Sighet il giorno dopo, 28 maggio: «Infine, all’una venne dato il segnale di partenza»(p. 23). Elie Wiesel menziona poi «la giornata di lunedì»(p. 25), l’alba del giorno dopo (p. 25) e la successiva notte (p. 27) e alla fine precisa: «Sabato, il giorno del riposo, era il giorno scelto per la nostra cacciata»(p. 28) e quello fu appunto il giorno della sua deportazione (p. 29): il 3 giugno 1944.

La durata del viaggio non è indicata, ma i trasporti dall’Ungheria impiegarono da tre a quattro giorni per arrivare ad Auschwitz-Birkenau. Elie Wiesel trascorse la notte a Birkenau e l’indomani  fu trasferito ad Auschwitz dove gli fu tatuato il numero A-7713 (p. 47). Tuttavia, a suo dire,  «era una bella giornata d’aprile» (p. 45).

Questa cronologia è completamente inventata. Se egli partì da Sighet il  3 giugno 1944 non poté arrivare ad Auschwitz in aprile. Per di più, il numero  A-7713 fu assegnato il 24 maggio, giorno in cui furono immatricolati 2.000 Ebrei ungheresi con i numeri A-5729–A-7728[16]. Secondo Randolph L. Braham, un trasporto ebraico per Auschwitz partì da Máramarossziget il 20 maggio 1944[17].  Considerati quattro giorni di viaggio, questo è il trasporto di Lázár Wiesel, cui fu assegnato il numero A-7713 appunto il 24 maggio. Ma tutte queste cose, evidentemente, Eli Wiesel non le sapeva.         

   

b) L’arrivo a Birkenau    

Elie Wiesel racconta:

«Ma si arrivò in una stazione. Chi si trovava vicino alle finestre ce ne disse il nome: – Auschwitz. Nessuno l’aveva mai sentito dire. […]. 

Verso le undici il treno si rimise in movimento. Ci si affollava alle finestre. Il convoglio rotolava lentamente. Un quarto d’ora dopo rallentò ancora. Dalle finestre scorgemmo dei reticolati: capimmo che doveva trattarsi del campo. […].

E mentre il treno si era fermato noi vedemmo questa volta delle vere fiamme salire da un alto camino, nel cielo nero.  […].

Noi guardavamo le fiamme nella notte. Un odore abominevole aleggiava nell’aria. Improvvisamente le porte si aprirono. […].

Davanti a noi, quelle fiamme. Nell’aria, quell’odore di carne bruciata. Doveva essere mezzanotte. Eravamo arrivati. A Birkenau»(p. 34).

Questa narrazione è insensata già dal punto di vista topografico. La stazione da cui partiva il binario di diramazione verso Birkenau (la cosiddetta “vecchia rampa”) correva obliquamente a est della recinzione del campo ad una distanza – in linea d’aria –  minima di circa 500 metri . Il binario di raccordo era lungo circa 700 metri.

A Birkenau c’erano quattro crematori, denominati II, III, IV e V. I camini dei crematori più vicini (II e III) distavano in linea d’aria circa 1.400 metri, quelli più lontani (IV e V) circa 1.800 metri. Il binario di raccordo, per gli ultimi 400 metri, procedeva perpendicolarmente alla recinzione del campo, sicché dalle finestrelle del treno non si potevano vedere i crematori II e III, che si trovavano più avanti nella stessa direzione, mentre i crematori IV e V erano coperti da almeno 12 file di baracche, inoltre ciascuno era dotato di 2 camini.

Non per nulla, a mia conoscenza, nessun testimone ha mai preteso di aver visto i camini dei crematori dal treno di deportazione.

 

 

Documento 3

Fotografia aerea del campo di Birkenau del 31 maggio 1944

(NA, 60 PRS/462, D 1508, Exp. 3056)

I cerchi racchiudono i crematori; da sinistra: II, III, IV e V. L’edificio a forma di “T” contrassegnato con le lettere “ZS” è la Zentralsauna. “EG” è l’edificio di entrata (Eingangsgebäude), la freccia indica la diramazione ferroviaria dalla stazione

 

 

L’arrivo al campo è narrato da Elie Wiesel in modo straordinariamente indefinito, con grande cura nell’evitare qualunque particolare verificabile: oltre al «camino», di cui mi occupo al punto c), egli menziona soltanto «dei reticolati», indi, all’interno del campo, un «incrocio»(p. 37), «una fossa» e «un’altra fossa»(pp. 37-38), una «baracca»(p. 40) e «una nuova baracca»(p. 41).

Nessun accenno a tutto ciò che attrasse l’attenzione di tutti i veri deportati, come è documentato dalle fotografie del cosiddetto Album di Auschwitz[18] (che furono scattate qualche giorno dopo l’arrivo del convoglio di Lázár Wiesel): l’edificio di entrata (Eingangsgebäude) col suo arco, sotto il quale passavano i treni per entrare al campo, la banchina (la cosiddetta “rampa ebraica”, Judenrampe) con tre binari all’interno del campo, le recinzioni e le innumerevoli file di baracche a destra e a sinistra, le lunghe strade che tagliavano il campo in lungo e in largo, i fossati di drenaggio, le altane, i bacini antincendio, i crematori II e III alla fine della banchina.

 

Documento 4

L’edificio di ingresso (Eingangsgebäude) del campo di Birkenau © Carlo Mattogno

 

Poi  il racconto diventa un po’ meno vago:

«Un barile di petrolio sulla porta. Disinfezione. Ci si bagna tutti. Poi una doccia calda. In gran fretta. Usciti dall’acqua, si è cacciati fuori. Correre ancora. Ancora una baracca: il magazzino. Lunghissime tavole. Montagne di casacche per detenuti. Noi corriamo. Quando passiamo ci lanciano pantaloni, giacca, camicia, calzini»(pp. 41-42).

Scena completamente inventata. All’epoca a Birkenau esistevano quattro impianti di disinfestazione e disinfezione (Entwesungs- und Desinfektionsanlagen). Quello principale era la cosiddetta Zentralsauna (Entwesungsanlage, BW 32), a forma di T davanti alla recinzione ovest del campo, con tre camere di disinfestazione ad aria calda (Heissluftentwesungskammern), tre autoclavi a vapore (Dampf-Desinfektionsapparate), sala doccia dotata di spogliatoio e vestitoio, sala barbieri; i due impianti BW 5a e 5b,  situati nei settori BIb e BIa, parimenti forniti di sala doccia dotata di spogliatoio e vestitoio, ma l’uno con camera a gas di disinfestazione a Zyklon B, l’altro con due camere di disinfestazione ad aria calda; infine l’impianto del campo zingari BIIa, con 8 apparati  di disinfestazione elettrici (elektrische Entlausungsapparate)[19]. Nei primi tre impianti, equipaggiati con spogliatoio (Auskleiraum) e vestitoio (Ankleideraum) tutte le operazioni si svolgevano all’interno degli edifici. La procedura di disinfestazione non prevedeva l’impiego di petrolio. Ma di tutto ciò Elie Wiesel non aveva alcun sentore.

Degna di menzione è anche la storiella in voga negli anni Cinquanta del buon detenuto che suggerisce ai nuovi arrivati di dichiarare un’età superiore o inferiore a quella reale per sfuggire alle “camere a gas”. A Elie Wiesel, che non aveva ancora 15 anni, il buon detenuto disse di dichiararne 18, a suo padre, che ne aveva 50, consigliò di dire 40 (p. 36). Si tratta di un racconto sciocco, perché ogni trasporto era accompagnato da liste dei deportati in cui era indicato, tra l’altro, cognome, nome e data di nascita di ciascuno, sicché all’atto della registrazione la pia menzogna sarebbe stata scoperta inevitabilmente; inoltre olocausticamente falso, perché, secondo una pubblicazione del Museo di Auschwitz, si gasavano bambini e ragazzi al di sotto di 14 anni[20], mentre per gli adulti non esisteva un limite fisso. Nei registri dei decessi (Sterbebücher) di Auschwitz, per il 1943 (per il 1944 non è rimasto alcun registro) sono attestati 4.166 casi di persone tra i 51 e i 90 anni[21].

 

c) “Il” camino fiammeggiante

Elie Wiesel non aveva alcuna idea di quanti crematori esistessero a Birkenau, come fossero fatti e dove si trovassero. Sebbene in un punto si lasci sfuggire un accenno alquanto fantasioso a «sei crematori»(p. 69), egli menziona sempre “il” camino, non si sa di quale crematorio, come se ce ne fosse uno solo. Di fatto i camini di Birkenau erano 6: quale sputava fiamme?

Egli insiste pure su questo singolare fenomeno: «–Vedete, laggiù, il camino? Lo vedete? Le fiamme le vedete? (Sì, le vedevamo, le fiamme)»(p. 36).  Così sappiamo anche dove si trovava il camino: «Laggiù»!(Corsivo mio).

La storiella dei camini fiammeggianti andava in gran voga negli anni Cinquanta, quando Elie Wiesel scrisse La Notte (1958). Ormai non la prende più sul serio neppure un Robert Jan van Pelt, che si è industriato per dimostrare che i camini dei crematori di Birkenau fumavano… e basta[22]. In effetti questa storiella non ha alcun fondamento tecnico, come ho spiegato in un articolo specifico[23].

 

Documento 5

Un convoglio di Ebrei ungheresi nel campo di Birkenau – Fine maggio 1944. Le frecce indicano i camini dei crematori II e III, senza “fiamme” né fumo (da: L’Album d’Auschwitz, p.51)

 

 

d) Le “fosse di cremazione”

Questo è l’aspetto più orrorifico della sua “testimonianza oculare”:

«Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto. L’avevo visto con i miei occhi… Dei bambini nelle fiamme. […]. Ecco dunque dove andavamo. Un po’ più avanti avremmo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti. […]. Continuammo a marciare. Ci avvicinammo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momento. La nostra colonna non aveva da fare più che una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per poter saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore davo l’addio a mio padre, all’universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano in un mormorio alle mie labbra: Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà…Che il Suo Nome sia elevato e santificato…Il mio cuore stava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all’Angelo della morte… No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca»(pp. 37-38).

Dove si svolge la scena? Come al solito, Elie Wiesel si guarda bene dal fornire il minimo punto di riferimento topografico. Secondo la storiografia olocaustica, le “fosse di cremazione” si trovavano in due siti: all’esterno del campo, di fronte alla Zentralsauna, nell’area del presunto “Bunker 2[24] e nel cortile nord del crematorio V. La prima possibilità deve essere esclusa perché, in tal caso, Elie Wiesel avrebbe dovuto menzionare l’uscita dal campo e un percorso di varie centinaia di metri in aperta campagna. Resta la seconda.

Nello studio Auschwitz: Open Air Incinerations[25] ho dimostrato, grazie all’analisi di tutte fotografie aeree di Birkenau disponibili, che la storia delle “fosse di cremazione”, per numero, superficie e finalità, non trova alcun riscontro nella realtà. L’unico sito di cremazione documentariamente attestato che esistette a Birkenau era dislocato dietro il crematorio V e aveva una superficie di circa 50 metri quadrati (mentre, secondo la propaganda olocaustica, il presunto sterminio degli Ebrei ungheresi avrebbe richiesto “fosse di cremazione” con una superficie totale di circa 5.900 metri quadrati), come si vede in questa fotografia:

 

Documento 6

Fotografia aerea di Birkenau del 23 agosto 1944 – Cortile nord del crematorio V

Il sito fumante è molto esiguo, come risulta dal confronto con il Krematorio V (a sinistra), che era largo circa 13 metri

 

 

Va inoltre rilevato che, per raggiungere questo, sito bisognava passare necessariamente accanto ai crematori IV e V, che non sarebbero certo sfuggiti ad un acuto osservatore di camini come Elie Wiesel, dato che ne avevano ben quattro; per di più, in prossimità di esso non c’era nessuna baracca, ma solo il crematorio V. Infine il reticolato più vicino (quello nord), sul quale si sarebbe voluto gettare il nostro testimone, si trovava al di là del fossato di drenaggio che correva lungo la recinzione.

Oltre che storicamente infondata, la storia è anche assurda, perché, se Elie Wiesel si fosse realmente avvicinato fino a due passi da una vera “fossa di cremazione”, che, per assolvere la sua funzione, avrebbe dovuto avere una temperatura minima di 600°C, si sarebbe ustionato mortalmente.

La scena dell’autocarro che scarica bambini in una “fossa di cremazione” fa parte anch’essa dell’armamentario propadandistico del dopoguerra. Essa fu illustratada David Olère in un quadro del 1947 che poi è servito di ispirazione per i “testimoni oculari” successivi[26].

Il racconto di Elie Wiesel è dunque falso e assurdo; ma  è anche chiaramente pretestuoso: se egli e suo padre erano stati “selezionati” per il lavoro, perché furono portati in prossimità della “fossa di cremazione”? Per scoprire il preteso “terribile segreto” di Auschwitz e propalarlo tra altri detenuti in altri campi?

Si tratta evidentemente di un banale artificio per poter giustificare una “testimonianza oculare” orrida puramente fittizia.

 

e)      Il trasferimento ad Auschwitz

Dopo una notte trascorsa in una baracca del campo zingari, Elie Wiesel fu trasferito al campo principale di Auschwitz. Anche in questo caso la descrizione del tragitto è oltremodo vaga:

 «La marcia era durata una mezz’ora. Guardandomi intorno mi accorsi che i reticolati erano dietro di noi: eravamo usciti dal campo. Era una bella giornata d’aprile. Profumi di primavera aleggiavano nell’aria. Il sole calava verso occidente.  Ma appena dopo pochi passi vedemmo i reticolati di un altro campo. Un cancello di ferro, con su in alto scritto:“Il lavoro rende liberi”. Auschwitz»(p. 45).                                      

Così egli non si accorse neppure all’uscita dal campo di essere passato sotto l’arco dell’edificio di ingresso di Birkenau. Lungo il tragitto non notò nulla, né il ponte sopra la ferrovia, né il lungo viale che portava al campo di Auschwitz. La scritta “Arbeit macht frei” invece la notò subito (ma non in tedesco!), come la può notare chiunque abbia sentito parlare di Auschwitz.

Non c’è bisogno di dire che egli si guarda bene dal descrivere, sia pure sommariamente, il nuovo campo. Ivi giunto, fu accolto nel Block 17, di cui ovviamente non dice nulla.

«Nel pomeriggio ci misero in fila. Tre prigionieri portarono un tavolo e degli strumenti chirurgici. Con la manica del braccio sinistro tirata su ognuno doveva passare davanti alla tavola. I tre “anziani”, ago alla mano, ci incidevano un numero sul braccio sinistro. Io diventai A-7713»(p. 47).

Anche questa descrizione è fasulla. Ho già esposto l’impostura del numero di matricola. Aggiungo che, come riferisce Tadeusz Iwaszko,

«i nuovi arrivati (Zugang) venivano portati negli edifici dei bagni, che ad Auschwitz I si trovavano nel blocco nr. 26»[27].

Elie Wiesel tace anche tutte le importanti operazioni preliminari, che evidentemente non conosceva affatto:

«La registrazione avveniva subito dopo il bagno e la consegna dei vestiti e consisteva nella compilazione di un modulo con i dati personali (Häftlings-Personalbogen) e l’indirizzo dei familiari più prossimi. […]. Il detenuto riceveva quindi un numero progressivo che per tutta la durata del suo soggiorno al KL avrebbe sostituito il suo nome. La procedura di immatricolazione si concludeva con il tatuaggio del numero sull’avambraccio sinistro»[28].

Egli parla poi dell’appello serale:

«Decine di migliaia di detenuti stavano in fila mentre le S.S. verificavano il loro numero»(p. 47)(corsivo mio).

Ma la forza del campo di Auschwitz era di gran lunga più esigua. Il 12 luglio 1944 contava circa 14.400 detenuti[29].

 

f)       Il trasferimento a Monowitz

Dopo tre settimane di permanenza ad Auschwitz (p. 48), Elie Wiesel fu trasferito al campo di Buna (p. 50), cioè Auschwitz III o Monowitz. Anche qui nessuna descrizione del campo, nessun particolare verificabile[30]. Le poche informazioni da lui fornite sono tutte fantasiose. Egli comincia subito con una contraddizione:

«Nel nostro convoglio c’erano dei bambini di dieci, dodici anni»(p. 51).

Forse anche questi, per scampare alle “camere a gas”, avevano dichiarato 18 anni?

Indi furono «sistemati in due tende»(p. 51), come se non ci fosse posto nelle 60 baracche del campo, così descritto da Primo Levi:

«questo nostro Lager è un quadrato di circa seicento metri di lato, circondato da due reticolati di filo spinato, il più interno dei quali è percorso da corrente ad alta tensione. È costituito da sessanta baracche in legno, che qui si chiamano Blocks, di cui una decina in costruzione; a queste vanno aggiunti il corpo delle cucine, che è in muratura; una fattoria sperimentale, gestita da un distaccamento di Häftlinge privilegiati; le baracche delle docce e delle latrine, in numero di una per ogni gruppo di sei od otto Blocks. Di più, alcuni Blocks sono adibiti a scopi particolari. Innanzitutto, un gruppo di otto, all’estremità est del campo, costituisce l’infermeria e l’ambulatorio; v’è poi il Block 24 che è il Krätzeblock, riservato agli scabbiosi; il Block 7, in cui nessun comune Häftling è mai entrato, riservato alla “Prominenz”, cioè all’aristocrazia, agli internati che ricoprono le cariche supreme; il Block 47, riservato ai Reichsdeutsche (gli ariani tedeschi, politici o criminali); il Block 49, per soli Kapos; il Block 12, una metà del quale, ad uso dei Reichsdeutsche e Kapos, funge da Kantine, cioè da distributorio di tabacco, polvere insetticida, e occasionalmente altri articoli; il Block 37, che contiene la Fureria centrale e l’Ufficio del lavoro; e infine il Block 29, che ha le finestre sempre chiuse perché è il Frauenblock, il postribolo del campo, servito da ragazze Häftlinge polacche, e riservato ai Reichsdeutsche»[31].

Confrontata con questa, la non-descrizione di Elie Wiesel è tristemente patetica.

Parlando a Montecitorio, egli non ha saputo resistere alla tentazione di ostentare la conoscenza di Primo Levi:

«Ad un certo punto siamo stati assegnati alla stessa baracca, ma non era presente nella marcia della morte verso i vagoni che ci hanno portato a Buchenwald; è rimasto in ospedale»[32](corsivo mio).

Tuttavia Primo Levi fu assegnato al Block 30[33], poi al Block 45[34] e infine al Block 48[35]. In quale Block alloggiò Elie Wiesel? La risposta non è semplice. Egli menziona dapprima «il blocco dell’orchestra»[36], che si trovava effettivamente «vicino alla porta del campo»(p. 53), poi menziona un paio di volte il Block 36 («… mi misi a correre verso il blocco 36…Corsi verso il blocco 36…» (p. 74 e 77), senza precisare se vi alloggiasse; infine dichiara esplicitamente che si trovava nel Block 57 (p. 84).  In pratica Elie Wiesel e Primo Levi non si trovarono mai nella stessa baracca. Una pia menzogna nel bel mezzo di Montecitorio, al cospetto di cotanti illustri uditori!

La storiella dell’estrazione di denti d’oro a detenuti vivi con conseguente chiusura del «gabinetto del dentista»(p. 55) non ha alcun fondamento. I denti d’oro venivano estratti ai cadaveri e il gabinetto dentistico (Zahnstation), che si trovava nel Block 15 ed operava sotto la supervisione delle SS, non fu chiuso.

Elie Wiesel espone poi questa narrazione riguardo a un detenuto “selezionato” per le “camere a gas”:

«Quando arrivò la selezione era già condannato e non fece altro che offrire il suo collo al boia. Ci chiese soltanto:“Fra tre giorni non ci sarò più… Dite il Kaddish per me”. Noi glielo promettemmo: fra tre giorni, vedendo alzarsi il fumo dal camino, avremmo pensato a lui, avremmo raccolto dieci uomini e avremmo fatto una funzione speciale. […]. Allora se ne andò, nella direzione dell’ospedale con un passo quasi sicuro, senza guardarsi indietro. Un’ambulanza lo aspettava per portarlo a Birkenau»(p. 78)[Corsivo mio].

Il nostro “testimone oculare” o aveva dimenticato che doveva trovarsi al campo di Monowitz, dove non esisteva alcun crematorio, oppure aveva una vista tanto acuta da riuscire a vedere il fumo “del camino” (uno dei sei, a scelta) di Birkenau, cosa un po’ improbabile, perché i due campi distavano in linea d’aria circa 5 chilometri e in mezzo c’era la città di Auschwitz.

D’altra parte, scomodare un’ambulanza per trasportare un detenuto alla “gasazione”, questo sì che era una vera “Sonderbehandlung”, un “trattamento speciale”!

In fatto di “selezioni”, Elie Wiesel afferma che ad una di esse era presente «il famoso dottor Mengele»(p. 73), che, essendo Lagerarzt del campo zingari (BIIe) di Birkenau, aveva ben altro da fare che andare a Monowitz a effettuare “selezioni”. Questo è l’unico medico menzionato da Elie Wiesel, che lo avrebbe anche accolto a Birkenau (p. 37), appunto perché era «famoso», anche tra coloro che non avevano mai messo piede ad Auschwitz.

Il nostro “testimone oculare” si concede persino un particolare verificabile: un attacco aereo alleato.

Esso avvenne «una domenica»; il giorno lo ricordava bene, perché ne approfittò «per dormire fino a tardi»(p. 61). «Il bombardamento durò più di un’ora»(p. 63). Il commento di Elie Wiesel: «Vedere la fabbrica consumarsi nell’incendio, che vendetta! »(p. 62)[corsivo mio].

Il bombardamento avvenne il 13 settembre 1944, che era un mercoledì, durò 13 minuti, dalle 11.17 alle 11.30 e distrusse solo una parte degli impianti. A Monowitz non c’era infatti «la fabbrica», ma decine e decine di impianti.

Sorvoliamo su altre scempiaggini minori, come la pena di morte comminata «in nome di Himmler»!(p. 64) e passiamo al suo ricovero all’ospedale del campo (probabilmente ispirato da quello di Primo Levi). Ciò avvenne «verso la metà di gennaio», quando gli si gonfiò il piede destro a causa del freddo e fu necessario un intervento chirurgico. Egli fu dunque ricoverato all’ospedale e non gli sfuggì che «era molto piccolo»(p. 79). Infatti era costituito da appena 9 blocchi, 2 di convalescenza (13 e 22), 2 di chirurgia (14 e 16), 1 di medicina interna con gabinetto dentistico (15), 2 di medicina interna (17 e 19), 1 con ambulatorio e ufficio degli scrivani (18) e 1 per malattie infettive.

 

g)      Il trasferimento a Buchenwald

Alla decisione di Elie Wiesel di partire con i Tedeschi e di non aspettare i Sovietici non bisogna attribuire un qualche significato particolare, perché, nel suo contesto letterario, è psicologicamente giustificata dal timore (ingiustificato) che tutti coloro che fossero rimasti al campo sarebbero stati fucilati.

Tralascio tutte le peripezie della marcia di evacuazione e del trasporto in treno e passo subito all’arrivo a Buchenwald. Da tener presente solo la durata del viaggio: 3 giorni di sosta a Gleiwitz (p. 94), più un giorno per arrivarvi a piedi da Monowitz, «dieci giorni e dieci notti di viaggio»(p. 97) in treno, in totale 14 giorni. Riguardo a Buchenwald identica non-descrizione: impossibile identificare una qualunque parte del campo. Egli parla di docce (p. 105) ma evita accuratamente di menzionare la procedura di immatricolazione. Abbiamo visto sopra che Miklós Grüner e Lázár Wiesel, i quali a Buchenwald ci andarono davvero, ricevettero rispettivamente il numero di matricola 120762 e 123565.

Se Elie Wiesel avesse menzionato questo fatto ovvio, l’immatricolazione, avrebbe dovuto render conto di due numeri di matricola. Cosa ancora più gravosa per lui, perché nello schedario dei detenuti di Buchenwald un Elie (o Eliezer) Wiesel non compare affatto.

Esaminiamo infine se il suo racconto dell’arrivo a Buchenwald è conforme ai documenti.

Egli afferma che andò alla doccia «il terzo giorno dopo il nostro arrivo a Buchenwald»(p. 105), che era «il 28 gennaio 1945»(p. 108), sicché partì da Monowitz l’11 gennaio e arrivò a Buchenwald il 25. Nel gennaio 1945 dal complesso Auschwitz-Birkenau arrivarono a Buchenwald tre convogli di deportati[37]:

 

Data di partenza

Data di arrivo

Numeri di matricola

Numero detenuti

18 gennaio

22 gennaio

117195-119418

2.224

18 gennaio

23 gennaio

119419-120337

919

18 gennaio

26 gennaio

120348-124274

3.927

 

Nessun trasporto partì l’11 gennaio, nessuno impiegò più di 8 giorni. Quello arrivato il 26 gennaio portò sia  Lázár Wiesel, sia Miklós Grüner, come risulta dai loro rispettivi numeri di matricola 120762 e 123565.

Come ho accennato sopra, il testo originario in jiddisch da cui Elie Wiesel ha tratto il capitolo VII del suo libro (il racconto del viaggio da Gleiwitz a Buchenwald) è stato tradotto in inglese da Moshe Spiegel col titolo “The Death Train[38]. I due testi sono molto simili, ma nel primo il numero dei detenuti caricati nel vagone di Elie Wiesel non è di 100 (p. 101), ma di 120[39]. Inoltre lì egli menziona anche il numero dei vagoni: 25[40]. Il numero dei detenuti del suo vagone arrivati vivi a Buchenwald è invece identico: 12 (p. 101)[41]. Perciò in questo vagone si sarebbe verificata una mortalità dell’ 88% o del 90%. Ma anche l’intero convoglio avrebbe pagato un alto tributo di morti:

«Il viaggio durò dieci interminabili giorni e notti. Ogni giorno reclamò la sua quota di vittime e ogni notte pagò il suo omaggio all’Angelo della Morte»[42].

Il giorno dell’arrivo a Buchenwald ci furono 40 morti[43].

Nei vagoni sarebbero stati caricati (25 x 100 ÷ 120 =) 2.500 ÷ 3.000 detenuti,  di cui la maggioranza sarebbe morta durante il viaggio.

Si sa però che il trasporto che giunse a Buchenwald il 26 gennaio 1945 contava alla partenza, secondo la lista nominativa dei deportati, 3987 detenuti[44]; se a Buchenwald ne furono immatricolati 3.927, significa che vi furono 60 decessi, l’1,5%.

Da tutti i dati esposti sopra risulta pertanto che il racconto del viaggio da Gleiwitz a Buchenwald non può essere veritiero.

Concludendo, Elie Wiesel non è mai stato internato né a Birkenau, né ad Auschwitz, né a Monowitz, né a Buchenwald.

Per quanto riguarda suo padre Shlomo, il suo nome[45] appare nel Central Database of Shoah Victims' Name [46] dello Yad Vashem, ma queste informazioni sono state trasmesse in data 8 ottobre 2004 da Elie Wiesel stesso!

 

Un’ultima osservazione. Si sostiene che la presenza di Elie Wiesel a Buchenwald sarebbe attestata da una fotografia che ritrae un gruppo di detenuti di questo campo:

«Foto di Harry Miller di lavoratori schiavi al campo di concentramento di Buchenwald dopo l’arrivo al campo delle truppe statunitensi dell’80a divisione. Scattata il 16 aprile 1945. Miklos Grüner (numero di matricola 120762) è in basso a sinistra, Elie Wiesel (numero di matricola 123565) è nella fila sopra, vicino al terzo travicello da sinistra»[47].

Tuttavia il fatto che il volto della persona ritratta nella fotografia fosse quello di Elie Wiesel si basa soltanto su una sua dichiarazione, su un suo sedicente auto-riconoscimento. Quanto al “suo” numero di matricola – 123565 – , esso apparteneva  a Lázár Wiesel!

 

Impostura e falsa testimonianza: Elie Wiesel è proprio «un personaggio eccezionale», il simbolo vivente dell’ “Olocausto”. E chi lo esalta come «personaggio eccezionale» è degno del suo sublime «magistero morale».

 

 

                                                                                                    Carlo Mattogno

 

 

3 febbraio 2010

 

 


 

[2] Még mindig kísérti a haláltábor (Il campo di sterminio continua a tentare ancora), in:

http://www.haon.hu/hirek/magyarorszag/cikk/meg-mindig-kiserti-a-halaltabor/cn/haon-news-FCUWeb-20090303-0604233755

[3] Auschwitz Survivor Claims Elie Wiesel is an Impostor, in:

http://www.henrymakow.com/translated_from_the_hungarian.html

[6] NARA (National Archives and Records Administration, Washington), A 3355, RG 242.

[7] Idem.

[9] YIVO Institute for Jewish Research, New York, 1962.

[10] François Mauriac, il prefatore del libro di Eli Wiesel.

[11] Michael Wiesberg, Unversöhnlich – Elie Wiesel zum 80. In: Grundlagen, Sezession 25, agosto 2008, p. 25.

 

[12] Giuntina, Firenze, 1986.

[13] In: R. Faurisson, Écrits Révisionnistes (1974-1998), vol. II, De 1984 à 1989. Édition privée hors-commerce., 1999, pp. 606-610. In rete: http://www.vho.org/aaargh/fran/archFaur/1986-1990/RF861017.html (francese);  http://www.ihr.org/leaflets/wiesel.shtml (inglese).

[16] Liste der Judentransporte, Museo di Auschwitz-Birkenau, microfilm n. 727/27.

[17] R.L. Braham, A Magyar Holocaust. Gondolat Budapest-Blackburn International Incorporation Wilmington, 1988, p. 514

[18] L’Album d’Auschwitz. Édition du Suil, Parigi, 1983.

[19] Questi impianti sono stati ben descritti da Jean-Claude Pressac in: Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, pp. 53-85.

[20] Auschwitz. Il campo nazista della morte. Edizioni del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, 1997, p. 122

[21] Thomas Grotum, Jan Parcer, «EDV-gestützte Auswertung der Sterbeeinträge», in: Sterbebücher von Auschwirt. A cura del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau. K.G. Saur, Monaco, New Providence, Londra, Parigi, 1995, vol. 1,  p. 248.

[22] R.J.van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial, op. cit., p. 504.

[23] «Verbrennungsexperimente mit Tierfleisch und Tierfett. Zur Frage der Grubenverbrennungen  in den angeblichen Vernichtungslagern des 3. Reiches», in:  Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 7, n. 2, luglio 2003,   pp. 185-194.

 

[24] Ma nessuna fotografia aerea attesta la presenza di fumo in quest’area.

[25] Theses & DissertationsPress, Chicago.

[26] Vedi al riguardo il mio studio Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt. Effepi, Genova, 2009, p. 552.

 

[27] Auschwitz. Il campo nazista della morte, op. cit., p. 52.

[28] Idem, p. 54.

[29] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945. Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989,  p. 821.

[30] Tranne quello relativo alla baracca dell’orchestra del campo.

[31] P. Levi, Se questo è un uomo. Einaudi, Torino, 1984, pp. 35-36.

[33] P. Levi, Se questo è un uomo, op. cit., p. 44.

[34] Idem, p. 70.

[35] Idem, p. 160.

[36] Il blocco dell’orchestra era al di fuori della numerazione delle baracche del campo, che andava da 1 a 60.

[37] Het Nederlandsche Roode Kruis, Auschwitz, Deel VI, ‘s-Gravenhage, 1952, p. 39.

[38] In: Anthology of Holocaust Literature, a cura di Jacob Glatstein, Israel Knox e Samuel Margoshes. A Temple Book, Atheneum, New York, 1968, pp. 3-10.

[39] Idem, p. 10.

[40] Idem, p. 9.

[41] Idem, p. 10.

[42] Idem, p. 5.

[43] Idem, p. 10.

[44] Andrzej Strzelecki, Endphase des KL Auschwitz. Verlag Staatliches Museum in Oświęcim-Brzezinka, 1995, pp. 338-229. Riproduzione di due pagine della lista del trasporto originale.

[45] Vi figura come Shlomo Vizel, figlio di Eliezer e di Nisel, nato a Sighet e morto a Buchenwald il 27 gennaio 1945. L’anno di nascita non è indicato.